A partire dalla cosiddetta crisi dei mutui sub-prime, siamo giunti, quando si pensava di aver superato anche la successiva crisi impattata sull’economia reale, alla inattesa (?) crisi dei debiti sovrani, alla quale si deve aggiungere un rallentamento della crescita con timori di stagflazione.
Come si evince dal grafico giornaliero qui sotto riportato, a partire dal minimo toccato il 9 marzo 2009 dal nostro indice di borsa principale (che approssimativamente rappresenta la media dell’andamento delle borse internazionali) c’è stato un primo momento di euforia in un lasso di tempo molto breve (dettato probabilmente dalla cosiddetta “paura di perdere il treno” da parte degli investitori) a fronte di notizie macro sempre migliori (per lo meno rispetto alle attese) e prezzi e multipli di mercato divenuti molto interessanti. Dopo una prima correzione importante è partita la seconda ondata di acquisti che ha portato l’indice FTSE MIB a superare i 24000 punti. Da questo livello i massimi sono stati sempre descrescenti, c’è stata una pausa di lateralità del mercato, durata circa 9 mesi a partire da metà maggio 2010, poi un nuovo picco (inferiore al massimo relativo precedente), quindi, la discesa a cui stiamo assistendo a partire circa da marzo 2011.
Molte soluzioni sono state tentate da più parti a livello internazionale per stimolare e aumentare la crescita, per migliorare le finanze pubbliche e ridurre i deficit statali, addirittura per “salvare la moneta unica”, ma a quanto pare il valore attuale del FTSE MIB è lì a dirci che evidentemente queste non sono sufficienti. C’è da aggiungere che anche molti “cigni neri” si sono susseguiti.
Ora, che fare? Le notizie presenti attualmente sul mercato non sono molto confortanti e se un investitore ritiene di non poter accettare perdite è meglio che stia lontano dai mercati azionari (ma occorre fare anche molta attenzione a quelli obbligazionari). Il mercato azionario in questo momento presenta certamente delle opportunità: i prezzi sono molto bassi e così anche i cosiddetti multipli di mercato, pur essendosi ridotti gli utili stimati per le aziende.
Attendiamo che si tocchi nuovamente il minimo del 9/3/2009? Dal punto di vista squisitamente tecnico, questo determinerebbe la formazione di un importante “pattern grafico” e se si dovesse procedere all’acquisto esiste una elevata probabilità di ottenere successo. Ovviamente, se i dati macro e le eventuali soluzioni da parte dei fondamentali organi internazionali non riuscissero a supportare tale formazione, è molto probabile che si determinerebbe sì un rimbalzo anche piuttosto sostenuto dei corsi azionari, ma ciò non durerebbe a lungo e non si avrebbe alcuna inversione di tendenza (quella che tutti noi ci aspettiamo da tempo, tranne gli eventuali “shortisti”, evidentemente).
Ma quali titoli scegliere? Ciclici o non ciclici? Di paesi sviluppati o emergenti? Italiani, Europei, Americani o Cinesi?
Fare dello “stock picking” può essere certamente un “esercizio” interessante e può portare a risultati strabilianti. Questo può andare bene per patrimoni da investire sui mercati finanziari di una importante entità. Ma per quelli che hanno delle somme più modeste, quale può rappresentare la soluzione migliore?
In un ottica di pianificazione finanziaria, quindi, brevemente, di “asset allocation strategica e tattica” e non di “speculazione/trading”, ritengo che la soluzione migliore sia sempre la diversificazione, sia per i piccoli che per i grandi investitori.
Per realizzare tale diversificazione è possibile scegliere tra gli ETF quotati e armonizzati sul mercato e i Fondi Comuni di Investimento nonché le Sicav. Sappiamo bene che i primi sono tipicamente a gestione passiva mentre i secondi dichiarano di essere a gestione attiva.
In realtà, è piuttosto diffusa la convinzione sul mercato (ma ciò si evince anche dai risultati pubblicati dall’ufficio studi di Mediobanca negli ultimi anni in particolare sui fondi comuni italiani) che “tanto attivi” spesso tali strumenti non lo siano.
Sul mercato dei Fondi Comuni Italiani ed Esteri (ma armonizzati) è possibile trovare strumenti realmente a gestione attiva ed efficienti per gli investitori. Cosa si intende per efficienti: che rendono il rapporto rischio/rendimento tenuto conto anche dei costi sostenuti dall’investitore favorevoli a quest’ultimo.
Quindi, qual è la capacità che occorre avere?
Si passa dallo “stock picking” al “fund picking”: occorre avere la capacità nel tempo di riconoscere i prodotti finanziari migliori, più “performanti” ed efficienti su cui investire. Occorre, però, un monitoraggio continuo: un Fondo o una Sicav oggi valutata come efficiente non è detto che lo sarà domani. Bisogna avere il coraggio di cambiare gli strumenti detenuti in portafoglio qualora le caratteristiche mutino (così come occorrerebbe avere il coraggio di cambiare il proprio intermediario di tanto in tanto a fronte di una verifica delle condizioni presenti sul mercato presso i concorrenti). Il modificarsi delle caratteristiche di uno strumento detenuto non significa che debba necessariamente presentare una perdita nel nostro portafoglio, non è questa che ci fornisce il segnale! Attenzione! La perdita di efficienza o il passaggio ad una gestione passiva di un Fondo o una Sicav è rilevabile solo attraverso un confronto con il benchmark di riferimento e/o con gli altri prodotti facenti parte della medesima categoria, ovvero quelli che investono o dichiarano di investire sul medesimo mercato.
PIC o PAC (su strumenti efficienti)?
Un buon mix tra i due è cosa “buona e giusta”. Il PAC permette di allocare parte delle risorse risparmiate mensilmente e può aiutare a costruire un patrimonio futuro anche di una certa entità, “smussando i cosiddetti top e i bottom degli strumenti su cui viene realizzato”.
Oltre al risparmio mensile, quando un investitore ha disponibile una somma di denaro (i cosiddetti risparmi di una vita o, se più fortunato, derivante da una eredità) la costruzione della cosiddetta “asset allocation strategica e tattica” tenuto conto dei propri e personalissimi obiettivi di vita, dell’orizzonte temporale di riferimento e del profilo di rischio è la base di partenza per, innanzitutto, la salvaguardia del proprio patrimonio nel tempo e per garantirsi la migliore possibilità di vederlo in crescita durante il corso della vita.
Se un risparmiatore investe tenuto conto di quanto sopra (obiettivi di vita, orizzonte temporale di riferimento, profilo di rischio, asset allocation, mix PIC e PAC, diversificazione, scelta strumenti efficienti, monitoraggio continuo degli strumenti scelti), anche a fronte di situazioni di mercato come quella in essere può dormire sonni tranquilli! E buona notte!