• IL CONSULENTE NON “TOCCA” IL DENARO DI PROPRIETÀ DEL CLIENTE, CHE RIMANE PRESSO LA BANCA DEL CLIENTE MEDESIMO E CON LA QUALE SI CONTINUA AD OPERARE PER EFFETTUARE GLI INVESTIMENTI CHE INSIEME AL CONSULENTE VENGONO DECISI. QUESTO CERTAMENTE RAPPRESENTA UNA GARANZIA PER IL CLIENTE CHE NON DEVE STACCARE ASSEGNI PER TRASFERIRE DENARO AL PROFESSIONISTA O CAMBIARE BANCA O PROMOTORE.
  • IL CLIENTE DEL CONSULENTE FINANZIARIO INDIPENDENTE PUO’ ALTRESI’ CONTINUARE AD OPERARE PER IL TRAMITE DEL PROMOTORE FINANZIARIO DI FIDUCIA
  • LA PARCELLA DEL CONSULENTE FINANZIARIO INDIPENDENTE E’ NORMALMENTE UNA PICCOLA PARTE DEL RISPARMIO FATTO CONSEGUIRE AL CLIENTE PROPRIO ATTRAVERSO L’ATTIVITA’ DEL PROFESSIONISTA INDIPENDENTE, QUINDI, IN SOSTANZA, E’ DIMOSTRATO OGGETTIVAMENTE CHE LA PARCELLA E’ COME SE NON SI PAGASSE E SI OTTENESSERO SOLAMENTE BENEFICI IN TERMINI DI RISPARMIO DI COSTI INUTILI
  • PRIMA DI COMINCIARE IL RAPPORTO DI CONSULENZA, PUO’ ESSERE ESTREMAMENTE UTILE PER IL RISPARMIATORE FARSI VERIFICARE, IN MANIERA COMPLETAMENTE GRAUITA E SENZA IMPEGNO, L’EFFICIENZA O MENO DELL’INTERO PORTAFOGLIO FINANZIARIO DETENUTO. QUESTO AIUTA ANCHE A CAPIRE LA BONTA’ O MENO DELLE INDICAZIONI FORNITE DALLA PROPRIA BANCA O PROMOTORE FINANZIARIO

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Si sente un gran parlare di questo fenomeno. Con riferimento a quello riguardante le attività finanziarie e la vendita degli strumenti finanziari, cosa si intende?

Si verifica un conflitto di interessi quando viene affidata una responsabilità decisionale ad un soggetto che abbia interessi personali o professionali in conflitto con l’imparzialità richiesta da tale responsabilità, che può venire meno visti i propri interessi in causa.
Nell’ambito degli strumenti finanziari la vendita di un prodotto implica il trasferimento al cliente di rischi e commissioni: proporzionalmente, più alto è il livello di rischio trasferito, maggiori sono le provvigioni che vengono incassate da chi ha creato e da chi ha collocato il prodotto. A titolo esemplificativo, un fondo comune di investimento di tipo azionario ha normalmente un contenuto commissionale superiore a quello di un fondo obbligazionario, cha a sua volta è superiore a quello di un fondo monetario e così via. Gli investitori, che spesso hanno difficoltà a comprendere i prodotti presenti all’interno del proprio portafoglio, non hanno piena consapevolezza del rischio insito negli investimenti. Il Consulente Finanziario Indipendente, grazie all’indipendenza e alla competenza che lo contraddistingue, assiste il cliente anche nel riequilibrio dei rischi presenti nei suoi investimenti e lo protegge dai conflitti di interessi che possono avere riflessi estremamente negativi sul patrimonio investito.

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Ecco qui di seguito alcune categorie di risparmiatori che possono necessitare della Consulenza Finanziaria Indipendente.

I risparmiatori che non dispongono di tempo per poter seguire i propri investimenti finanziari, sia che abbiano o meno le competenze necessarie. Questi investitori tendono a demandare ad altri le scelte riguardo al come e dove allocare il patrimonio sui mercati finanziari. In questo caso, occorre prestare attenzione a chi ci si rivolge. Avere un Consulente Finanziario Indipendente significa avere un professionista che monitora costantemente la propria situazione finanziaria globale e che suggerisce dove investire il proprio patrimonio in completa assenza di conflitto di interessi, quindi, nel pieno interesse del cliente, utilizzando la banca o il promotore finanziario abituale.
o    I risparmiatori che non hanno alcuna competenza finanziaria, pur avendo molto tempo a disposizione. Anche in questo caso, questa tipologia di investitori demanda ad altri le scelte riguardo il come e il dove allocare le proprie risorse finanziarie. Occorre prestare attenzione a chi ci si rivolge. Valgono le stesse considerazioni viste al punto precedente.
o    I risparmiatori che hanno competenze finanziare e tempo a disposizione. In questo caso, il Consulente Finanziario Indipendente potrebbe supportare il cliente nelle decisioni riguardo la scelta degli strumenti maggiormente efficienti per raggiungere gli obiettivi che lo stesso cliente potrebbe prefiggersi. Ad es. il cliente decide per le più svariate ragioni di investire in Cina attraverso strumenti finanziari. Il Consulente Indipendente potrebbe indicare lo strumento finanziario più efficiente per investire in Cina.

Il Consulente Indipendente è il professionista che affianca il cliente nel perseguimento dei propri obiettivi finanziari e di vita.

Fissa un appuntamento senza impegno al 347/4560001 per saperne di più e comincia a recuperare i costi che inutilmente sostieni!

E’ possibile ottenere un parere di massima sull’efficienza o meno dell’intero portafoglio in maniera completamente gratuita e senza impegno.

Due punti fondamentali.

Come si diventa clienti?

Il risparmiatore consegna al consulente tutta la documentazione riguardante il proprio patrimonio finanziario. Il Consulente Finanziario Indipendente effettua una prima analisi gratuita e senza impegno e comunica quindi un preventivo di parcella per il proprio intervento professionale. Se il cliente decide di accettare la proposta viene sottoscritto il contratto di consulenza.

Quali sono le attività tipiche del professionista nel corso della consulenza?

Il primo incontro successivo alla firma del contratto di consulenza serve a stabilire il piano finanziario. In particolare, vengono illustrate le analisi sugli investimenti in essere (e che evidenziano per singolo strumento finanziario l’efficienza o meno) e raccolte le informazioni necessarie per individuare e pervenire al corretto livello di rischio e protezione adeguati al profilo e al patrimonio del cliente. Periodicamente, vengono presentati al cliente dei report dettagliati e personalizzati con tutte le informazioni e gli aggiornamenti necessari sulla sua situazione finanziaria e patrimoniale. Da notare che i report contemplano tutti i dossier titoli intestati al cliente eventualmente anche presenti in banche diverse. Quindi, tutte le analisi potranno essere svolte in maniera aggregata fornendo dati e informazioni accurati.
Nella fase di assistenza e monitoraggio, inoltre, il cliente ha a disposizione in qualunque momento il Consulente Finanziario Indipendente con il quale può interagire direttamente con incontri personali, via e-mail e per telefono.

 

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Ancorché non si tratti propriamente di FAQ (Frequently Asked Questions), si è voluto raccogliere qui di seguito alcune considerazioni tipiche che i risparmiatori fanno direttamente al sottoscritto (o talvolta anche solo nel loro intimo) al fine di procrastinare o definitivamente abbandonare la decisione di vederci chiaro e cominciare a risparmiare costi inutili rivolgendosi ad un professionista Indipendente.

In grassetto le considerazioni del risparmiatore.
 
Sugli investimenti finanziari in essere sto perdendo parecchio. Non posso vendere gli strumenti, meglio rimanere fermi fino a quando non ho recuperato l’intera somma investita.
Un prodotto finanziario, indipendentemente dal momento in cui è stato acquistato e dall’entità del guadagno o della perdita, può essere efficiente o inefficiente per il cliente in termini di rischio/rendimento rispetto ad alternative di investimento. Se è inefficiente, inutile attendere, comunque sia anche nel recupero delle perdite manterrà l’inefficienza e l’eventuale recupero delle perdite sarà minore rispetto a quello che si sarebbe potuto ottenere con uno strumento alternativo efficiente.

Sugli investimenti finanziari sto guadagnando, quindi, il mio interlocutore (bancario o promotore finanziario, ecc.) si sta comportando bene, non ho bisogno di un Consulente Indipendente. Sono soddisfatto.
Quando un prodotto finanziario va bene, ovvero fa ottenere un rendimento positivo al cliente, anche elevato, non è detto che quello strumento sia efficiente. Potrebbero esserci degli strumenti alternativi in grado di far ottenere maggior rendimento e/o far pagare minori costi all’investitore. Il Consulente Finanziario Indipendente offre una consulenza esperta ed obiettiva, mettendo in evidenza i reali costi dei prodotti finanziari, i rischi e le inefficienze degli stessi. Ricordiamo che l’obiettivo finale per un Consulente Indipendente è sempre quello di far risparmiare costi inutili all’investitore e salvaguardare il patrimonio del cliente.

I grafici e i rendimenti che mi vengono mostrati evidenziano il superamento del cosiddetto benchmark di riferimento, quindi, il mio prodotto finanziario va bene, sono soddisfatto, non c’è bisogno di rivolgermi ad un Consulente Indipendente.
La scelta di un benchmark adeguato con cui comparare un prodotto finanziario è molto importante. Non sempre viene scelto e utilizzato quello giusto e quello in grado di mostrare realmente se il prodotto finanziario sia efficiente. Un Consulente Indipendente è in grado di entrare nel merito del benchmark specifico di ogni prodotto finanziario, quindi, valutare se l’investimento sia efficiente o meno rispetto alle alternative presenti sul mercato.

Non ho altri soldi oltre a quelli già investiti. Li ho dati tutti in mano al mio (amico) promotore finanziario o al mio bancario “di fiducia”.
Il Consulente Finanziario Indipendente non può ricevere il denaro dal cliente per investirglielo: questo rimane presso l’intermediario abituale. Potrà, però, verificare se gli investimenti in essere siano consoni al profilo di rischio, agli eventuali obiettivi di vita e all’orizzonte temporale di riferimento. Inoltre, cosa più importante, potrà fornire, in maniera disinteressata, un parere sull’efficienza o meno degli strumenti finanziari presenti in portafoglio. Un parere di massima sull’efficienza o meno dell’intero portafoglio di un risparmiatore può essere fornito anche in maniera completamente gratuita e senza impegno. Nel caso, poi, il risparmiatore decida di diventare cliente del Consulente Indipendente potrà venire a conoscenza delle alternative di investimento maggiormente efficienti e adeguate. Tali prodotti suggeriti sono normalmente sottoscrivibili presso l’abituale bancario o promotore finanziario (con cui il rapporto può essere tranquillamente mantenuto).  

Quali competenze in più ha il Consulente Finanziario Indipendente rispetto ai classici interlocutori? Mi posso fidare?
Il Consulente Finanziario Indipendente associato NAFOP ha seguito un percorso formativo specifico per intraprendere e svolgere al meglio la professione. Il sottoscritto, inoltre, è laureato in Economia e Commercio presso la Facoltà di Economia di Torino e ha lavorato per circa 8 anni come consulente per conto di società di primaria importanza presso banche e SGR prima di cominciare la professione Indipendente.
    
Perché dovrei pagare una parcella?
Così come il commercialista e l’avvocato, il Consulente Finanziario Indipendente è un professionista che riceve una parcella dal proprio cliente in base alla complessità e al tempo necessario alle analisi, ai costi sostenuti per la ricerca, alla dimensione del patrimonio, al profilo di rischio del cliente, ai risparmi di oneri e commissioni ottenibili.
La parcella (onorario) è l’unica retribuzione per il lavoro svolto dal Consulente Indipendente, che non riceve alcun tipo di remunerazione (provvigioni, commissioni, incentivi, retrocessioni) da banche o altri intermediari in quanto svolge unicamente l’attività di analisi e di consulenza in materia di investimenti negli interessi del cliente.

La parcella del Consulente Indipendente sarà certamente molto cara, meglio continuare, come sempre ho fatto, a lavorare con il mio bancario e/o promotore finanziario.
Non tutti sanno che esiste una somma di denaro che viene annualmente prelevata dal patrimonio investito nel risparmio gestito del cliente che possiamo chiamare “parcella occulta”.
L’intervento del Consulente Indipendente ha come obiettivo primario quello di ridurre decisamente questa “parcella occulta” fino al 70-80% attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari alternativi efficienti.
Nella quasi totalità dei casi l’ammontare della parcella è di gran lunga inferiore al risparmio generato per il cliente attraverso l’intervento del Consulente Indipendente.

A partire dalla cosiddetta crisi dei mutui sub-prime, siamo giunti, quando si pensava di aver superato anche la successiva crisi impattata sull’economia reale, alla inattesa (?) crisi dei debiti sovrani, alla quale si deve aggiungere un rallentamento della crescita con timori di stagflazione.

Come si evince dal grafico giornaliero qui sotto riportato, a partire dal minimo toccato il 9 marzo 2009 dal nostro indice di borsa principale (che approssimativamente rappresenta la media dell’andamento delle borse internazionali) c’è stato un primo momento di euforia in un lasso di tempo molto breve (dettato probabilmente dalla cosiddetta “paura di perdere il treno” da parte degli investitori) a fronte di notizie macro sempre migliori (per lo meno rispetto alle attese) e prezzi e multipli di mercato divenuti molto interessanti. Dopo una prima correzione importante è partita la seconda ondata di acquisti che ha portato l’indice FTSE MIB a superare i 24000 punti. Da questo livello i massimi sono stati sempre descrescenti, c’è stata una pausa di lateralità del mercato, durata circa 9 mesi a partire da metà maggio 2010, poi un nuovo picco (inferiore al massimo relativo precedente), quindi, la discesa a cui stiamo assistendo a partire circa da marzo 2011.

Molte soluzioni sono state tentate da più parti a livello internazionale per stimolare e aumentare la crescita, per migliorare le finanze pubbliche e ridurre i deficit statali, addirittura per “salvare la moneta unica”, ma a quanto pare il valore attuale del FTSE MIB è lì a dirci che evidentemente queste non sono sufficienti. C’è da aggiungere che anche molti “cigni neri” si sono susseguiti.

Ora, che fare? Le notizie presenti attualmente sul mercato non sono molto confortanti e se un investitore ritiene di non poter accettare perdite è meglio che stia lontano dai mercati azionari (ma occorre fare anche molta attenzione a quelli obbligazionari). Il mercato azionario in questo momento presenta certamente delle opportunità: i prezzi sono molto bassi e così anche i cosiddetti multipli di mercato, pur essendosi ridotti gli utili stimati per le aziende.

Attendiamo che si tocchi nuovamente il minimo del 9/3/2009? Dal punto di vista squisitamente tecnico, questo determinerebbe la formazione di un importante “pattern grafico” e se si dovesse procedere all’acquisto esiste una elevata probabilità di ottenere successo. Ovviamente, se i dati macro e le eventuali soluzioni da parte dei fondamentali organi internazionali non riuscissero a supportare tale formazione, è molto probabile che si determinerebbe sì un rimbalzo anche piuttosto sostenuto dei corsi azionari, ma ciò non durerebbe a lungo e non si avrebbe alcuna inversione di tendenza (quella che tutti noi ci aspettiamo da tempo, tranne gli eventuali “shortisti”, evidentemente).

Ma quali titoli scegliere? Ciclici o non ciclici? Di paesi sviluppati o emergenti? Italiani, Europei, Americani o Cinesi?

Fare dello “stock picking” può essere certamente un “esercizio” interessante e può portare a risultati strabilianti. Questo può andare bene per patrimoni da investire sui mercati finanziari di una importante entità. Ma per quelli che hanno delle somme più modeste, quale può rappresentare la soluzione migliore?

In un ottica di pianificazione finanziaria, quindi, brevemente, di “asset allocation strategica e tattica” e non di  “speculazione/trading”, ritengo che la soluzione migliore sia sempre la diversificazione, sia per i piccoli che per i grandi investitori.

Per realizzare tale diversificazione è possibile scegliere tra gli ETF quotati e armonizzati sul mercato e i Fondi Comuni di Investimento nonché le Sicav. Sappiamo bene che i primi sono tipicamente a gestione passiva mentre i secondi dichiarano di essere a gestione attiva.

In realtà, è piuttosto diffusa la convinzione sul mercato (ma ciò si evince anche dai risultati pubblicati dall’ufficio studi di Mediobanca negli ultimi anni in particolare sui fondi comuni italiani) che “tanto attivi” spesso tali strumenti non lo siano.

Sul mercato dei Fondi Comuni Italiani ed Esteri (ma armonizzati) è possibile trovare strumenti realmente a gestione attiva ed efficienti per gli investitori. Cosa si intende per efficienti: che rendono il rapporto rischio/rendimento tenuto conto anche dei costi sostenuti dall’investitore favorevoli a quest’ultimo.

Quindi, qual è la capacità che occorre avere?

Si passa dallo “stock picking” al “fund picking”: occorre avere la capacità nel tempo di riconoscere i prodotti finanziari migliori, più “performanti” ed efficienti su cui investire. Occorre, però, un monitoraggio continuo: un Fondo o una Sicav oggi valutata come efficiente non è detto che lo sarà domani. Bisogna avere il coraggio di cambiare gli strumenti detenuti in portafoglio qualora le caratteristiche mutino (così come occorrerebbe avere il coraggio di cambiare il proprio intermediario di tanto in tanto a fronte di una verifica delle condizioni presenti sul mercato presso i concorrenti). Il modificarsi delle caratteristiche di uno strumento detenuto non significa che debba necessariamente presentare una perdita nel nostro portafoglio, non è questa che ci fornisce il segnale! Attenzione! La perdita di efficienza o il passaggio ad una gestione passiva di un Fondo o una Sicav è rilevabile solo attraverso un confronto con il benchmark di riferimento e/o con gli altri prodotti facenti parte della medesima categoria, ovvero quelli che investono o dichiarano di investire sul medesimo mercato.

PIC o PAC (su strumenti efficienti)?

Un buon mix tra i due è cosa “buona e giusta”. Il PAC permette di allocare parte delle risorse risparmiate mensilmente e può aiutare a costruire un patrimonio futuro anche di una certa entità, “smussando i cosiddetti top e i bottom degli strumenti su cui viene realizzato”.

Oltre al risparmio mensile, quando un investitore ha disponibile una somma di denaro (i cosiddetti risparmi di una vita o, se più fortunato, derivante da una eredità) la costruzione della cosiddetta “asset allocation strategica e tattica” tenuto conto dei propri e personalissimi obiettivi di vita, dell’orizzonte temporale di riferimento e del profilo di rischio è la base di partenza per, innanzitutto, la salvaguardia del proprio patrimonio nel tempo e per garantirsi la migliore possibilità di vederlo in crescita durante il corso della vita.

Se un risparmiatore investe tenuto conto di quanto sopra (obiettivi di vita, orizzonte temporale di riferimento, profilo di rischio, asset allocation, mix PIC e PAC, diversificazione, scelta strumenti efficienti, monitoraggio continuo degli strumenti scelti), anche a fronte di situazioni di mercato come quella in essere può dormire sonni tranquilli! E buona notte!

Alcuni risparmiatori chiedono se sia il momento giusto o meno di fare un PAC (Piano di accumulo del capitale, da distinguere dal PIC – piano di investimento del capitale) e con quale frequenza e scadenza, spesso “sollecitati” dai loro tradizionali “interlocutori di fiducia riguardanti gli investimenti finanziari”.

Ma occorre prestare molta attenzione a questi “programmi di investimento” in quanto nella stragrande maggioranza dei casi si nascondono costi che vanno ad aggiungersi alle non poco probabili inefficienze del fondo comune di investimento su cui si realizza il PAC.

Se da un lato il PAC consente di entrare sul mercato determinando nel tempo un prezzo medio di carico che permette di “addolcire” il peso delle variazioni sfavorevoli, dall’altro le commissioni annue su tale investimento possono anche arrivare al 10%! Quindi, fare o non fare il PAC? Innanzitutto, se un PAC viene fatto con le banche tradizionali si consiglia di contrattare quanto possibile le commissioni per singolo versamento (commissioni più spese fisse). Diversamente, se fatto con banche on line, spesso risulta difficile poter contrattare le commissioni, dipende certamente dal “potere contrattuale” del cliente.

Pertanto, occorre fare una valutazione: le commissioni che vado a pagare per singolo versamento mensile, ad esempio, mi vanno a compensare i benefici in termini di costo medio di carico che ottengo? Questa valutazione risulta però di difficile verifica a priori, occorrerebbero delle simulazioni.

Quindi, per ridurre il peso delle commissioni annue (determinate dalla commissione pagata per singolo versamento) si potrebbe effettuare un versamento ad esempio trimestrale o semestrale, di importo pari alla somma dei versamenti mensili che si sarebbero effettuati. In questo modo si smusserebbero un po’ i costi e l’investimento risulterebbe più efficiente.

Inoltre, è risaputo che con i PAC, essendo automatici, non è possibile indicare un prezzo limite, condizione molto importante soprattutto per l’inserimento di ordini di acquisto di quote di un ETF. Attualmente, i differenziali di prezzo bid-ask degli ETF possono risultare in taluni momenti relativamente ampi e pertanto un monitoraggio dei prezzi al fine di spuntare quello a migliori condizioni è fondamentale.

Eventualmente, valutare l’alternativa del PAC “fai da te”: acquistare quote di fondi al verificarsi di determinate condizioni di mercato (ad esempio in sede di correzione), inserendo altresì un prezzo limite nel caso di acquisto di quote di ETF.

Quindi, prima di sottoscrivere un PAC è molto importante valutare le commissioni e le spese fisse che vengono trattenute dall’intermediario per singola rata, effettuare eventuali contrattazioni di queste e chiedersi: il “costo” è giusto?

I risparmiatori sottoposti alle diverse pressioni sul mercato da parte dei venditori di prodotti finanziari (fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali, polizze assicurative index linked e unit linked) possono riuscire a difendersi con difficoltà.

I prospetti informativi, se consegnati, sono di difficile lettura e spesso le sorprese inaspettate sono dietro l’angolo.

I costi degli investimenti finanziari relativamente ai prodotti del risparmio gestito sono spesso elevati, con un TER (Total Expense Ratio) che in taluni casi può arrivare anche al 3,50% medio l’anno e oltre. Questi sono, in percentuale, mancati guadagni per gli investitori, percentuali di abbattimento dei rendimenti che i prodotti dovrebbero far ottenere. Se poi aggiungiamo le commissioni di negoziazione che sono trattenute sul patrimonio del fondo e altre spese è facile comprendere come il gestore debba essere molto bravo per riuscire a battere il Benchmark, quando c’è. Ebbene sì, quando c’è. Perché non sempre il Benchmark è dichiarato. E se non è dichiarato, difficilmente il gestore può essere valutato. A partire dal 2007 la Consob, poi, ha tolto l’obbligo per i fondi di pubblicare sulla stampa i rendimenti dei fondi confrontandoli con i relativi Benchmark. Inoltre, la Consob nel 2005 ha introdotto l’obbligo per i fondi di diritto italiano di indicare i Benchmark Total Return e non Price per i fondi azionari a capitalizzazione dei proventi. Peccato che rimane la libertà per i fondi esteri (lussemburghesi, irlandesi) di applicare o meno questa normativa. Quindi, aumenta sempre di più l’opacità per i risparmiatori per quanto riguarda la capacità di valutare un fondo e stabilire quanto gli convenga o meno rimanere in posizione.

In questa giungla di conflitti di interessi, solo il consulente finanziario indipendente ha davvero a cuore gli interessi del cliente. Ma come possiamo definire questo conflitto di interesse?

Si verifica un conflitto di interessi quando viene affidata una responsabilità decisionale ad un soggetto che abbia interessi personali o professionali in conflitto con l’imparzialità richiesta da tale responsabilità, che può venire meno visti i propri interessi in causa.

Il consulente finanziario indipendente:

  1. non riceve alcuna provvigione dalle società che emettono i prodotti
  2. non riceve i soldi da “gestire” da parte del cliente
  3. non richiede alcun cambiamento rispetto all’attuale banca del risparmiatore cliente

Il consulente finanziario indipendente è “il commercialista finanziario” del cliente. Il commercialista, come è noto, fa gli interessi del cliente e non ha alcuna società che paghi il commercialista per fargli seguire delle strade poco vantaggiose per il  al cliente.

Invece, i bancari, i promotori finanziari, i dipendenti postali, gli assicuratori, sono tutti venditori, che fanno altresì un lavoro altamente professionale ma, ahimé, in conflitto di interesse.

Chiaro no? Ma qual è attualmente la difficoltà maggiore per i risparmiatori riscontrata sul mercato? In primis, la difficoltà nel venire a conoscenza dell’esistenza della professione del consulente finanziario indipendente. Inoltre, anche quando il risparmiatore viene a conoscenza dell’esistenza di tale professionista, l’acquisizione della fiducia da parte del cliente risulta molto difficile. Nonostante la crisi e i mancati rendimenti per i risparmiatori, la fiducia di questi continua ad essere molto forte nei confronti dei soggetti in conflitto di interesse. Il consulente finanziario indipendente non avendo un marchio e spesso nemmeno una sede operativa all’altezza di quelle dei professionisti che tipicamente operano in conflitto di interessi, risulta essere meno credibile, affidabile.
In effetti, al momento non esiste ancora l’albo dei consulenti (la cui creazione viene continuamente rimandata) ma esiste un’associazione di categoria (NAFOP, www.nafop.org) che garantisce e certifica la qualità e l’affidabilità del consulente, quindi le sue competenze e la sua indipendenza.
Ci sono molti modi per risparmiare i costi inutili dei prodotti presenti nel portafoglio del cliente e non si tratta di piccoli importi.
Quanto costa il non fidarsi del consulente finanziario indipendente e continuare a fidarsi degli interlocutori tipici presenti sul mercato per quanto riguarda i propri investimenti?
Chiedimi un check up gratuito e ti mostrerò tutto il risparmio che puoi conseguire!!!

Durante il seminario sul Crack Finanziario e le reali cause della crisi si è parlato anche dei famigerati CDS e di come abbiano contribuito all’avvento della medesima. Alla platea è stato mostrato nel dettaglio e in maniera molto semplificata in cosa consistono e come funzionano.

Qui di seguito un articolo scritto da George Soros e pubblicato sul sito di “wallstreetitalia” in cui si mettono in evidenza gli aspetti negativi dei CDS, della cartolarizzazione dei mutui nonché della de-regulation americana per quanto concerne gli indici patrimoniali. Tutti argomenti trattati al seminario e che saranno presentati nuovamente nelle future date.

(WSI) – Non sono a favore di una regolamentazione eccessiva. Dopo esserci spinti troppo in là sulla strada della deregulation, contribuendo alla crisi che stiamo vivendo, dobbiamo resistere alla tentazione di sbilanciarci troppo sull’altro versante. I mercati sono imperfetti, è vero, ma i regolatori lo sono ancora di più. Non sono soltanto umani, sono anche burocratici e soggetti a influenze politiche: per questo la regolamentazione va mantenuta a livelli minimi.

La riforma dovrebbe essere impostata su tre princìpi. Il primo è che i regolatori, dal momento che i mercati tendono a creare bolle speculative, devono accettare di assumersi la responsabilità di impedire che tali bolle si gonfino a dismisura. L’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan e altri hanno espressamente rifiutato questa responsabilità.

Se i mercati non sono in grado di riconoscere una bolla, è la loro tesi, nemmeno i regolatori ne sono in grado. È vero, ma le autorità devono comunque assumersi questo compito, anche sapendo di essere destinate a sbagliarsi. Potranno contare sul beneficio di un feedback da parte dei mercati, che consentirà loro di ricalibrare costantemente la propria azione e correggere gli errori.

Il secondo principio è che, per controllare le bolle, non è sufficiente tenere sotto controllo la massa monetaria, bisogna tenere sotto controllo anche la disponibilità di credito. E questo non può essere fatto solo ricorrendo a strumenti monetari, bisogna usare anche sistemi di controllo del credito come depositi di garanzia e requisiti patrimoniali minimi. Attualmente questi valori vengono stabiliti indipendentemente dagli umori del mercato. Il compito delle autorità consiste anche nel reagire a questi umori. I depositi di garanzia e i requisiti patrimoniali minimi devono essere aggiustati in base alle condizioni del mercato. I regolatori dovrebbero variare il rapporto prestito/valore sui mutui commerciali e residenziali allo scopo di ponderare il rischio e prevenire bolle immobiliari.

Il terzo principio è che bisogna ridefinire il concetto di rischio di mercato. La teoria del mercato efficiente sostiene che i mercati tendono verso l’equilibrio e le deviazioni avvengono in modo casuale: inoltre, i mercati teoricamente dovrebbero funzionare senza discontinuità nella sequenza dei prezzi. In queste condizioni i rischi di mercato possono essere equiparati ai rischi relativi ai singoli operatori di mercato. Fintanto che essi riescono a gestire adeguatamente i propri rischi, i regolatori non dovrebbero avere nulla da ridire.

Ma la teoria del mercato efficiente è irrealistica. I mercati sono soggetti a squilibri che i singoli operatori possono ignorare se pensano di poter liquidare le proprie posizioni. I regolatori non possono ignorare questi squilibri. Se troppi operatori sono sullo stesso lato, diventa impossibile liquidare le proprie posizioni senza provocare una discontinuità o, peggio, un collasso. In quel caso le autorità potrebbero essere costrette a intervenire in soccorso. Questo significa che nel mercato esiste un rischio di sistema, oltre ai rischi che la maggior parte degli operatori di mercato percepivano prima della crisi.

La cartolarizzazione dei mutui ha aggiunto un aspetto nuovo al rischio di sistema. Gli esperti d’ingegneria finanziaria dicevano che quello che stavano facendo era ridurre il rischio diversificandolo geograficamente: in realtà lo stavano incrementando creando una situazione di agency problem. Gli agenti avevano più interesse a massimizzare il reddito da commissioni che a proteggere gli interessi dei detentori dei titoli.
Questa è la verità che è stata ignorata sia dai regolatori che dagli operatori di mercato. Per evitare che il fenomeno si ripeta è necessario che gli agenti abbiano un interesse diretto, ma il 5% proposto dal governo è più simbolico che sostanziale. Il requisito minimo a mio parere sarebbe il 10 per cento. Per consentire possibili discontinuità nei mercati, i titoli detenuti dalle banche dovrebbero avere un rating di rischio più alto di quello stabilito dagli Accordi di Basilea.

Le banche dovrebbero pagare la garanzia implicita di cui godono sfruttando meno la leva finanziaria e accettando restrizioni sul modo d’investire i soldi dei correntisti; non dovrebbe essere consentito loro di speculare per proprio conto usando soldi altrui.

Probabilmente non è pratico separare le banche d’affari dalle banche commerciali, come fecero gli Stati Uniti nel 1933 con la legge Glass-Steagall. Ma dev’esserci una barriera interna che separa il proprietary trading (l’attività di compravendita titoli che una banca effettua per conto proprio) dal commercial banking. Il proprietary trading dev’essere finanziato con il capitale proprio della banca. Se una banca è troppo grande per essere lasciata fallire, i regolatori devono impegnarsi ancora di più per proteggere i suoi capitali da rischi indebiti.

Devono regolamentare i compensi dei trader che agiscono per conto diretto della banca, creando un bilanciamento tra rischi e ricompense. In questo modo si potrebbe dirottare il proprietary trading verso gli hedge fund, che sono un contesto più appropriato a gestirlo. Anche gli hedge fund e gli altri grandi investitori devono essere attentamente monitorati per accertarsi che non creino pericolosi squilibri.

Per concludere, ho opinioni molto marcate sulla regolamentazione dei derivati. L’opinione prevalente è che questo tipo di prodotti finanziari andrebbe scambiato su mercati regolamentati. Non è sufficiente. L’emissione e lo scambio di derivati devono essere regolamentati rigorosamente, come i titoli azionari. Le autorità devono garantire che i derivati siano omogenei, standardizzati e trasparenti.

I derivati personalizzati servono solo a migliorare il margine di profitto di chi li ha concepiti. Anzi, alcuni tipi di derivati non dovrebbero proprio essere commercializzati. Penso in particolare ai Cds (credit default swaps). Si pensi alla recente bancarotta della AbitibiBowater e a quella della General Motors. In entrambi i casi, alcuni obbligazionisti detenevano dei Cds e avevano da guadagnare più da un fallimento che da una riorganizzazione. È come comprare un’assicurazione sulla vita intestata a qualcun altro e detenere una licenza di ucciderlo. I Cds sono strumenti di distruzione che vanno messi al bando.

Fonte: Financial Times, traduzione Il Sole 24 Ore.

La situazione economico-finanziaria influenza ogni aspetto della vita quotidiana: per questo motivo è importante pianificarla e gestirla con un professionista serio e preparato.

Questo è possibile grazie alla figura professionale del Consulente Finanziario Indipendente da banche, Società di Gestione del Risparmio (S.G.R.) e compagnie assicurative, affermatasi in Italia dopo aver ottenuto nei paesi anglosassoni unanime consenso da parte dei risparmiatori.

Il Consulente Finanziario Indipendente fee-only è un libero professionista che lavora solo per i propri clienti e non è legato ad alcuna società commerciale. La sua attività consiste nel dare consigli efficaci ed individuare le soluzioni più adatte a massimizzare i ritorni minimizzando i costi.

L’attività del Consulente Finanziario Indipendente fee-only è, quindi, nettamente diversa da quella dei soggetti tradizionali (dipendenti bancari, promotori finanziari….). Questi ultimi, infatti, vendono i prodotti delle banche o S.G.R. per le quali lavorano e dalle quali vengono remunerati con provvigioni.

Il Consulente Indipendente fee-only, invece, è totalmente svincolato tanto dalle istituzioni finanziarie che dalla vendita di prodotti, non opera quindi in conflitto di interessi. Non vende nulla. I suoi consigli riguardano strumenti efficienti che possono essere tranquillamente acquistati dal cliente presso la banca di fiducia o qualsiasi altro istituto di sua scelta. Inoltre, soltanto un Consulente Indipendente fee-only può mettere in evidenza i reali costi dei prodotti finanziari detenuti in portafoglio (onerose parcelle che vengono prelevate dal conto del cliente giorno dopo giorno senza che se ne renda conto) e le inefficienze degli stessi.

Il Consulente Indipendente fee-only non ha alcun interesse nelle soluzioni che consiglia, in quanto il suo compenso – come per qualsiasi altro libero professionista – consiste in una parcella commisurata alla prestazione erogata, il cui importo è una minima parte del guadagno/risparmio ottenuto dal cliente grazie all’efficienza delle soluzioni proposte.


I servizi coprono un vasto numero di aree tematiche, tra cui:

  1. Analisi qualitativa del portafoglio del cliente, incidenza dei costi ed efficienza dei risultati (valutazione dei gestori a cui è affidato il patrimonio)
  2. Analisi dei singoli prodotti che compongono il portafoglio per quantificazione della “parcella occulta” trattenuta dagli intermediari in termini di commissioni di gestione, performance, negoziazione, costi amministrativi, banca depositaria, ecc.
  3. Creazione dell’asset allocation con l’utilizzo di strumenti efficienti
  4. Monitoraggio nel tempo dell’asset allocation e produzione di reportistica periodica e personalizzata
  5. Mutui e finanziamenti: valutazione delle offerte presenti sul mercato, valutazione e assistenza per rinegoziazione, sostituzione o surroga di un mutuo in essere
  6. Pianificazione previdenziale

Il cliente potrà quindi:

a)     essere protetto da consigli non professionali ed interessati;

b)    risparmiare i costi inutili del risparmio gestito;

c)     essere affiancato costantemente nelle proprie decisioni finanziarie;

d)    eliminare la pressione commerciale dei venditori bancari, postali e dei promotori finanziari;

e)     essere assistito nella relazione con la propria banca di fiducia;

f)      eliminare il fattore emotivo delle scelte;

g)     avere un unico interlocutore indipendente e:

  • non avere alcuna necessità di trasferire denaro dal proprio intermediario di fiducia ad un altro
  • non avere alcuna necessità di trasferire patrimonio al consulente

Per maggiori informazioni o per fissare un appuntamento senza impegno, anche a domicilio:

Dott. Massimiliano Siviero

- Consulente Finanziario Indipendente Fee-Only -

- Associato NAFOP -

Via Rossini, 9 – 10090 Foglizzo (TO)

Recapito in Torino

Cell. 347/45.60.001

E-mail: info@consulentefinanziariosiviero.it

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